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Master in Partnership Studies e tradizioni native_MaPS UNIUD
La parola ai corsisti e alla corsiste MaPS Manola Romanó, terapeuta e insegnante yoga da Udine.
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Intervista a Manola Romanò | Odaka Yoga Road Tour 2022
Un viaggio “on the road” attraverso l’Italia alla scoperta della community Odaka Yoga® con Francesco Zinnamosca e Jessica Ugatti, insegnanti, formatori Odaka Yoga e fondatori Yoga Theatre®. Un viaggio su quattro ruote, bagaglio leggero, due tappetini e il tempo di qualità vissuto insieme. 40 giorni, 24 tappe, 2 tappetini, 1 macchina.
Adolescenti / Adulti
Disturbi alimentari: un’analisi psicologica e le loro implicazioni
I disturbi alimentari rappresentano una serie di problematiche complesse che influenzano sia il comportamento alimentare che l’autopercezione corporea. Queste condizioni, che includono anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata, sono spesso il risultato di un’interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali. Esplorare la loro dimensione psicologica è cruciale per comprendere non solo l’origine di queste patologie, ma anche le modalità di trattamento più efficaci.
La psicologia gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo dei disturbi alimentari. Molte persone affette da queste patologie mostrano tratti di personalità come il perfezionismo, l’ansia, la bassa autostima e la scarsa tolleranza all’incertezza. Il perfezionismo, in particolare, può portare a una costante ricerca di un ideale irraggiungibile, sfociando in comportamenti autolesionistici come il controllo estremo del peso e delle abitudini alimentari.
L’ansia e i disturbi dell’umore sono frequentemente co-occorrenti nei disturbi alimentari. La regolazione emotiva diventa problematica: gli individui possono utilizzare il cibo per affrontare emozioni difficili, creando un ciclo di comportamento disfunzionale. Ad esempio, nella bulimia nervosa, il deserto alimentare è spesso seguito da episodi di abbuffate, seguiti da sensi di colpa e comportamenti di compensazione come il vomito autoindotto.
I fattori socioculturali sono altrettanto significativi. La pressione sociale per conformarsi a ideali di bellezza irrealistici, spesso perpetuati dai media, contribuisce a una distorsione dell’immagine corporea. Questa dismorfofobia, ovvero l’ossessione per difetti percepiti nel proprio aspetto, è un elemento chiave nello sviluppo di disturbi alimentari. La comparazione sociale, in particolare nei gruppi di età adolescente e giovane adulta, può amplificare sentimenti di inadeguatezza e scarsa autostima.
Inoltre, l’esperienza di eventi traumatici o di stress significativo può predisporre un individuo a sviluppare un disturbo alimentare. La fuga in comportamenti alimentari disfunzionali spesso diventa un meccanismo di coping: una strategia per gestire il dolore psicologico o le difficoltà relazionali.
Le dinamiche familiari possono anch’esse influenzare il rischio di sviluppare un disturbo alimentare. Famiglie con livelli elevati di controllo, aspettative irrealistiche o scarsa comunicazione emotiva possono contribuire all’esacerbazione di problematiche di autovalutazione nei giovani. Durante il percorso psicoterapico del paziente con problematiche legate all’alimentazione è essenziale tenere presente il contesto familiare, poiché le relazioni familiari disfunzionali possono pesare molto sull comportamento alimentare patologico.
Approcci terapeutici e interventi
Il trattamento dei disturbi alimentari richiede un approccio multidisciplinare. Alcuni approcci di terapia possono supportare chi si trova ad attraversare questa situazione esistenziale poiché aiutano il paziente a identificare e modificare i pensieri e i comportamenti disfunzionali legati all’alimentazione e all’immagine corporea. Altri approcci includono la terapia interpersonale, che si concentra sulle relazioni e sull’interazione sociale,o l’esplorazione dei conflitti emotivi sottostanti.
Un altro aspetto cruciale è il supporto nutrizionale. I professionisti della salute devono collaborare per sviluppare piani nutrizionali che rispondano non solo alle esigenze fisiche, ma anche a quelle psicologiche del paziente. Creare un ambiente sicuro, privo di giudizio, è essenziale per facilitare il recupero.
I disturbi alimentari sono una problematica complessa e sfaccettata che richiede una comprensione approfondita delle interplay tra fattori psicologici, sociali e culturali. La loro prevenzione e il trattamento efficace necessitano una collaborazione tra professionisti della salute mentale e fisica ( spesso pure spirituale), oltre a un impegno collettivo per modificare standard culturali e sociali dannosi. Solo attraverso un approccio integrato sarà possibile sostenere le persone ad attraversare questi stati patologici e promuovere una visione sana del corpo e dell’alimentazione.
Disturbi Alimentari e Disagio Psicologico: Comprendere la Complessità
Dall’ anoressia nervosa alla bulimia, fino al binge eating disorder, la varietà di disturbi alimentari è ampia e variegata. Questi disturbi non solo coinvolgono l’aspetto fisico, ma sono profondamente radicati nella psiche degli individui, riflettendo spesso difficoltà emotive, stress e traumi. Comprendere questi problemi richiama l’attenzione non solo sulle conseguenze fisiche, ma anche sul disagio psicologico e psichiatrico che ne deriva. Con un panorama così complesso, è vitale sfatare alcuni dei falsi miti e luoghi comuni che riguardano i disturbi dello spettro alimentare.
I disturbi alimentari riguardano solo le adolescenti
Spesso si crede che i disturbi alimentari colpiscano prevalentemente le adolescenti e le giovani donne. Sebbene sia vero che questo gruppo demografico sia maggiormente rappresentato, i disturbi alimentari possono colpire individui di qualsiasi età, sesso e background. Anche uomini, adulti più anziani e bambini possono sviluppare problemi alimentari. In realtà, la crescente consapevolezza e diagnosi di disturbi alimentari negli uomini e nelle persone sopra i 30 anni dimostra che il fenomeno è molto più ampio e complesso.
I disturbi alimentari sono solo una questione di dieta e controllo del peso
Un altro fraintendimento comune è che i disturbi alimentari siano semplicemente legati a una dieta malsana o a un desiderio estetico. I disturbi alimentari, invece, hanno radici profonde e complesse, comprendenti fattori psicologici, biologici e sociali. Possono essere il risultato di esperienze traumatiche, bassa autostima, pressioni sociali e culturali, e condizioni psichiatriche concomitanti come ansia e depressione. Quindi, ridurre il problema a una questione estetica è limitante e fuorviante.
Chi ha un disturbo alimentare è sempre magro
Un’altra idea errata è che tutti coloro che hanno un disturbo alimentare siano visibilmente sottopeso. In realtà, le manifestazioni fisiche dei disturbi alimentari variano enormemente. Ci sono persone con anoressia che potrebbero non sembrare eccessivamente magre e individui con bulimia o bingeing disorder che possono avere un peso corporeo normale o addirittura sovrappeso. È importante riconoscere che la gravità di un disturbo alimentare non può essere valutata solo dall’aspetto fisico e che la salute mentale e fisica di una persona non dovrebbe mai essere giudicata dalle apparenze.
Basterebbe avere una buona educazione alimentare per risolvere il problema
Molti credono erroneamente che una maggiore conoscenza sulla nutrizione possa risolvere i disturbi alimentari. Tuttavia, queste condizioni richiedono spesso un intervento professionale complesso e multidisciplinare che può includere psicoterapia, consulenza nutrizionale e supporto medico. La scienza dell’alimentazione da sola non è sufficiente a curare le profonde e intricate problematiche psicologiche che alimentano i disturbi alimentari. È necessaria una combinazione di approcci per affrontare la causa sottostante del problema.
Il lavoro con le persone che soffrono di disturbi alimentari richiede sensibilità, comprensione e pazienza. Sfatare i falsi miti non solo aiuta a ridurre lo stigma attorno a queste condizioni, ma può anche promuovere una più profonda comprensione e supporto per coloro che ne soffrono. È importante riconoscere che ogni storia è unica e richiede un approccio personalizzato. Solo attraverso un dialogo aperto e informato possiamo aiutare a creare un ambiente in cui le persone si sentano al sicuro nel cercare aiuto e nel prendere consapevolezza di sè.
Adulti
Co-genitorialità: come gestire i conflitti educativi per il bene dei figli
La co-genitorialità rappresenta una sfida complessa e, al contempo, un’opportunità di crescita per i genitori. In un contesto in cui le famiglie si stanno trasformando e diversificando, la capacità di gestire i conflitti educativi diventa cruciale per il benessere dei figli. L’approccio psicologico umanistico esistenziale ci invita a considerare la centralità della persona e il suo potenziale, suggerendo che anche i più difficili conflitti possano essere opportunità per sviluppare relazioni più empatiche e consapevoli. Attraverso la riflessione e il dialogo, è possibile improntare la propria co-genitorialità su basi solide e positive.
La co-genitorialità è un viaggio complesso, ma non impossibile. Gestire i conflitti educativi richiede impegno, pazienza e una volontà comune di lavorare per il bene dei figli. Con la giusta comunicazione e, quando necessario, il supporto adeguato, i genitori possono trasformare le sfide in opportunità di crescita, favorendo un approccio educativo integrato che contribuisca al benessere emotivo e alla felicità dei loro bambini. Il compito di genitore, nonostante le difficoltà, può diventare una risorsa di connessione e comprensione reciproca, in grado di supportare lo sbocciare della personalità del bimbo.
I conflitti educativi tra genitori possono manifestarsi in vari ambiti. Tra i più frequenti troviamo le divergenze su regole comportamentali, approcci disciplinari e stili educativi. Ad esempio, un genitore potrebbe prediligere un metodo autoritario, mentre l’altro potrebbe optare per un approccio più permissivo. Anche le differenze sulle aspettative accademiche, le attività extra-scolastiche o le relazioni sociali dei figli possono generare tensioni. Questi conflitti, se non gestiti, possono esasperare ulteriormente il clima familiare e influenzare negativamente i ragazzi.
Le conseguenze dei conflitti educativi sulla felicità dei figli possono essere profonde e durature. I bambini e gli adolescenti sono estremamente sensibili all’ambiente emotivo in cui crescono. La continua esposizione a conflitti tra i genitori può portarli a sviluppare ansia, insicurezza e sentimenti di colpa. Inoltre, le divergenze educative possono generare confusione nei bambini, minando la loro capacità di apprendere come affrontare le relazioni e gestire i conflitti. Questo può riflettersi non solo nelle relazioni familiari, ma anche in quelle con i coetanei, influenzando in generale la loro capacità di formare legami sani e felici.
Un aspetto fondamentale nella co-genitorialità è la comunicazione efficace. Secondo numerosi studi, una comunicazione aperta e onesta tra genitori può ridurre notevolmente l’intensità dei conflitti e contribuire al benessere psicologico dei bambini. Tecniche come l’ascolto attivo, in cui ciascun genitore si impegna a comprendere il punto di vista dell’altro, possono prevenire malintesi e sentimenti di risentimento. È fondamentale che i genitori evitino comportamenti distruttivi come le critiche aperte, mantenendo il focus sull’interesse superiore del bambino.
Un approccio strutturato alla comunicazione, come l’uso di strumenti digitali per la pianificazione delle attività e la gestione delle responsabilità, può risultare particolarmente utile. Questo non solo minimizza le confusioni logistiche, ma promuove anche una maggiore trasparenza tra i genitori.Questo implica non solo la capacità di esprimere le proprie opinioni e preoccupazioni, ma anche l’abilità di ascoltare attivamente l’altro. Stabilire un linguaggio comune e condividere valori e obiettivi educativi possono aiutare a prevenire conflitti e creare un ambiente armonioso per i propri figli.
La terapia di coppia può costituire un valido supporto per genitori che si trovano a dover affrontare conflitti educativi. Attraverso l’accompagnamento di un professionista, i genitori possono esplorare le dinamiche relazionali che alimentano i conflitti, acquisendo maggiore consapevolezza delle proprie emozioni e bisogni. La terapia offre uno spazio sicuro per esprimere le proprie preoccupazioni e vulnerabilità, favorendo un processo di negoziazione e compromesso. Inoltre, può aiutare i genitori a condividere strategie educative efficaci, stimolando una maggiore armonia nella gestione quotidiana della genitorialità. In questo modo, la terapia non si limita a risolvere i conflitti, ma promuove un percorso di crescita personale e di rinforzo dell’alleanza genitoriale, al fine di creare un ambiente più sereno e soprattutto protettivo per i figli.
La gestione e risoluzione dei conflitti in un contesto di co-genitorialità richiede strategie specifiche. Un approccio efficace è quello della negoziazione collaborativa, in cui entrambi i genitori cercano un compromesso che soddisfi le esigenze dei loro figli. Tecniche come il brainstorming congiunto possono aiutare a generare soluzioni innovative e a rafforzare la cooperazione.
È utile anche applicare strategie di problem solving basate sull’evidenza, come la strategia del “win-win”, che mira a trovare una soluzione vantaggiosa per entrambi i genitori. Inoltre, l’intervento di un mediatore familiare può fornire supporto imparziale quando i conflitti diventano particolarmente accesi. La mediazione può facilitare il dialogo e contribuire a trovare un terreno comune.
Nel caso di genitori separati o divorziati la co-genitorialità, o co-parenting, è un approccio fondamentale che desiderano collaborare nella crescita dei propri figli. Sebbene la separazione possa comportare sfide significative, è possibile affrontare il tema della co-genitorialità in modo costruttivo, utilizzando strategie che promuovano il benessere dei bambini e delle relazioni familiari.
Le dinamiche della co-genitorialità influiscono profondamente sullo sviluppo emotivo e comportamentale dei bambini. L’ambiente in cui crescono è influenzato direttamente dalle interazioni tra i genitori. Un conflitto persistente può portare a problemi comportamentali e ansia nei bambini, mentre un ambiente coeso e supportivo contribuisce a un sano sviluppo psicologico. È importante che i genitori riconoscano il loro ruolo modello e agiscano in modo coerente, per il bene dell’integrità psicologica dei loro figli.
La coerenza nelle regole e nei limiti è essenziale per la stabilità emotiva dei bambini. Differenze significative nelle modalità educative tra i genitori possono generare confusione, portando i figli a sentirsi divisi tra le due case. Pertanto, è fondamentale che i genitori si accordino su principi educativi fondamentali e rischi minimi per il benessere dei ragazzi. Questo non significa che debbano essere d’accordo su tutto, ma che ci sia un certo allineamento su aspetti critici come l’educazione, la disciplina e le attività quotidiane.
Affrontare i conflitti nella co-genitorialità è una sfida, ma con le giuste strategie e un impegno reciproco, è possibile creare un ambiente sano e favorevole per la crescita dei bambini. La comunicazione efficace, la risoluzione collaborativa dei conflitti, e la coerenza nelle pratiche educative sono le chiavi per garantire che i bambini prosperino anche in situazioni familiari complesse. Investire nella co-genitorialità non solo beneficia i genitori, ma, cosa più importante, promuove il benessere e lo sviluppo ottimale dei figli.
Adolescenti / Adulti
Tristezza vs. Depressione: Comprendere le Differenze
La vita umana è un susseguirsi di emozioni, esperienze e stati d’animo che riflettono la ricchezza delle nostre esistenze. Tra questi, la tristezza e la depressione rappresentano realtà emotive significative, ognuna con le proprie caratteristiche e implicazioni. Comprendere le differenze tra questi stati non è solo un esercizio di fine psicologia, ma una necessità per una vita sana e autentica.
Caratteristiche della tristezza
La tristezza è un’emozione universale e naturale, relegata a una risposta temporanea di fronte a situazioni dolorose o deludenti. Essa può scaturire da eventi come la perdita di una persona cara, il fallimento di un progetto o semplicemente la difformità tra le aspettative e la realtà. La tristezza è un’emozione transitoria, spesso accompagnata da un senso di vulnerabilità e riflessione, che invita l’individuo a esplorare il proprio mondo interiore. Dal punto di vista psicologico, la tristezza svolge un ruolo funzionale: consente una connessione più profonda con gli altri e stimola una ristrutturazione del significato di quanto accade nella propria vita. La persona triste può sentirsi scoraggiata, ma è in grado di trovare conforto nelle relazioni e di intraprendere un percorso di guarigione. La tristezza è quindi uno stato che invita a una consapevolezza e può, paradossalmente, servire come catalizzatore per la crescita personale. La tristezza è un’emozione umana naturale, di base, una risposta che ci accompagna di fronte a eventi dolorosi e sfide della vita, che tutti sperimentano. Può manifestarsi in seguito a una perdita (lutto), una delusione o un cambiamento significativo ed è temporanea. Ci permette di sentire l’effetto che porta in noi, in primo piano la perdita e di avviarci verso la guarigione. Ne parlano spesso le teorie delle emozioni, che sottolineano come le emozioni provengano da risposta adattive a stimoli esterni. La tristezza, sebbene sgradevole, può servire a diverse funzioni, come ad esempio consolidare i legami sociali o favorire la riflessione personale.
Caratteristiche della depressione
La depressione, al contrario, è una condizione patologica che va ben oltre un episodio di tristezza. È caratterizzata da un insieme di sintomi che possono includere anedonia (perdita di piacere), affaticamento persistente, disturbi del sonno, variazioni di peso, difficoltà di concentrazione e, nei casi più gravi, pensieri suicidi. La depressione non è semplicemente un “sentirsi giù”, ma un disturbo globale della persona che compromette la sua capacità di funzionare nella vita quotidiana.
Questo stato è spesso carico di un senso di disperazione e impotenza, che non è facilmente alleviabile attraverso relazioni o ristrutturazioni cognitive comuni. La depressione può manifestarsi in seguito a eventi traumatici, ma può anche insorgere senza un apparente catalizzatore, rendendo difficile per l’individuo riconoscere e affrontare il problema. È un’ombra esistenziale che oscura non solo la vita emotiva ma anche l’intero senso di sé e di appartenenza. La depressione quindi è un disturbo psichico complesso che va oltre la semplice tristezza, influenzando in modo significativo la vita quotidiana degli individui. Nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), è descritta come un disturbo dell’umore caratterizzato da sintomi persistenti che durano per almeno due settimane. Questi possono includere una perdita di interesse per le attività quotidiane, cambiamenti nell’appetito e nel sonno, affaticamento e sentimenti di inutilità. La depressione non è semplicemente un episodio di tristezza; è un disturbo psicologico che richiede un approccio terapeutico. Secondo la psicobiologia, la depressione può derivare da un’interazione complessa di fattori genetici, neurochimici e ambientali.
È fondamentale capire quando la tristezza normale possa evolversi in depressione. Basi di riferimento come il “nesso di causalità” ci permettono di osservare se la risposta emotiva di una persona a una situazione stressante persiste oltre il tempo atteso o se si accompagna a sintomi funzionali significativi. Alcuni segnali di allerta includono il ritiro sociale, la rabbia o l’irritabilità, il disinteresse per il contatto fisico, l’incapacità di affrontare le routine quotidiane e una persistente sensazione di vuoto. La consapevolezza di questi segnali è cruciale per giungere a una diagnosi tempestiva e corretta.
È importante riconoscere la biodecodificazione della tristezza, che ci consente di maturare e di crescere. I meccanismi di coping possono variare, e le strategie di gestione della tristezza possono includere attività fisica, supporto sociale, meditazione e psicoterapia.
Dal punto di vista diagnostico, la distinzione tra tristezza e depressione è cruciale. Mentre la tristezza è generalmente transitoria, la depressione è pervasiva e spesso richiede un trattamento professionale. Un approccio differenziale implica che i professionisti della salute mentale considerino non solo i sintomi presentati ma anche il contesto in cui si manifestano.
Come distinguere tristezza e depressione
Comprendere le differenze tra tristezza e depressione è essenziale per affrontare in modo adeguato queste esperienze emotive e implica un approccio psicologico e terapeutico diverso. Se la tristezza è una risposta naturale agli eventi della vita, la depressione richiede un’attenzione specifica e un approccio terapeutico. Riconoscere i segnali di allerta e avere consapevolezza dei propri stati emotivi è fondamentale per intervenire tempestivamente e migliorare il benessere psicologico.
Durata e Intensità: La tristezza è temporanea e legata a eventi specifici, mentre la depressione persiste nel tempo e nella sua intensità, spesso senza una causa identificabile.
Impatto sulla vita quotidiana: La tristezza può interferire brevemente con il funzionamento quotidiano, ma la depressione influisce in modo significativo su ogni aspetto della vita della persona, rendendo difficile anche le normali attività quotidiane.
Autonomia emotiva: Le persone che provano tristezza possono trovare conforto nel contatto sociale e nelle relazioni, mentre chi vive una depressione spesso tende all’isolamento, sentendosi incapace di instaurare legami emotivi.
Speranza e prospettiva: La tristezza, per quanto dolorosa, mantiene una certa speranza e un senso di possibilità di cambiamento. La depressione, invece, è spesso accompagnata da un forte senso di impotenza e di visione limitata al futuro.La continua ricerca e l’educazione su queste tematiche rimangono una priorità per promuovere una società più sana e consapevole.
La tristezza, pur essendo un’esperienza dolorosa, può essere una via verso la connessione umana e la riflessione profonda. Al contrario, la depressione è un segnale di bisogno che richiede attenzione e, spesso, intervento professionale. Essere consapevoli di queste sfumature ci permette di affrontare le nostre emozioni e, se necessario, cercare il supporto di cui abbiamo bisogno, per abbracciare una vita autentica e significativa.